News da RA TECH, pubblicata una serie di video dei nuovi fucili GBB M4 e HK 416.
News from RA TECH. New viedos show the recent updates to M4 and HK 416 GBB.
ACMGEAR.COM entra nella famiglia dei sostenitori di ASC!
ACMGEAR.COM is entered in the ASC supporters family!

In principio c’era la Marui, che stupì il mondo del softair con la sua riproduzione dell’M1 Thompson, realizzata, in ossequio alle leggi giapponesi, con i componenti principali in ABS. Ci furono discussioni e confronti sull’utilità o meno, nel campo da gioco, di un simile modello, oltretutto dotato di caricatore da soli 40 pallini, ma nessuno contestò la fedeltà e piacevolezza del prodotto nipponico.
Con una apparente operazione di reverse engineering, la cinese Cyma si è ispirata alla Marui per proporre un suo Thompson, realizzato principalmente in metallo. La prima serie prodotta è stata acquistata dalla Cybergun la quale ha fatto serigrafare i marchi originali.
John Taliaferro Thompson ha saputo ritagliarsi uno spazio nella storia armiera, legandosi a tre miti: la pallottola per pistola automatica calibro .45, la pistola modello 1911 che la sparava, ed il moschetto automatico che prese il suo nome.
Thompson, nato il 31 dicembre 1860 a Newport, figlio di un ufficiale di carriera dell’esercito americano, decise di seguire le orme paterne all’età di sedici anni.
Nel 1890, dopo i periodi iniziali di servizio come ufficiale d’artiglieria, egli fu assegnato all’Army Ordnance Department, organo preposto alle munizioni ed agli armamenti, in cui poi proseguì l’intera sua carriera militare.
Fu un percorso lontano dal fumo e dal sangue dei campi di battaglia, ma non per questo meno ricco di successi e riconoscimenti, ottenuti in particolare durante il conflitto ispano – americano, quando riuscì nel compito arduo di rifornire con 18.000 tonnellate di munizioni le truppe operanti a Cuba, senza che le spedizioni dal deposito di Tampa subissero alcun contrattempo.
Per questo fu promosso colonnello, e fu il più giovane con quel grado nell’Esercito degli Stati Uniti.
Incaricato di dirigere la Small Arms Division (dove seguì fra l’altro lo sviluppo del fucile M1903), presiedette la commissione che adottò la M1911 e assieme al maggiore medico Louis Anatole LaGarde condusse una serie di esperimenti che portarono alla munizione calibro .45. Questi esperimenti furono oggetto di lunghe discussioni, essendo stati impiegati per i test dei cadaveri e del bestiame vivo, ed il cui risultato si reassume in questa frase, destinata a segnare la storia sino ai giorni nostri: "the Board was of the opinion that a bullet, which will have the shock effect and stopping effect at short ranges necessary for a military pistol or revolver, should have a caliber not less than .45" (la commissione è dell’opinione che un proiettile, che abbia a breve distanza il potere d’arresto e di shock necessari per un revolver od una pistola militare, non debba avere un calibro inferiore al .45). La 1911 ed il calibro .45 continuano ad un secolo di stanza il loro servizio, anche se la stessa commissione raccomandava un accurato addestramento del soldato, come complemento indispensabile alla munizione.
Ma torniamo a J. T. Thompson che, allo scoppio della prima guerra mondiale, simpatizzando per la causa degli alleati, e attesa la neutralità degli Stati Uniti, si dimise dall’esercito, ed iniziò a collaborare con l’industria Remington, allestendo in poco tempo l’allora più grande fabbrica di armi del mondo, ove furono prodotti fucili P17 e Mosin Nagant.
In quel periodo, inizia la storia che ci interessa.
La guerra di trincea si era rivelata in tutta la sua crudezza, e ferocia.
Di armi a raffica leggere, adatte al combattimento nello spazio ristretto della trincea, ce n’erano ben poche: il fucile automatico Chatellerault e da noi la mitragliatrice OVP 1915, trasformata sperimentalmente in arma d’assalto con improvvisate imbracature.
Thompson intuì la necessità di un’arma a tiro automatico, compatta e potente, che definì con espressione colorita una “trench broom”, scopa da trincea, e iniziò a cercare possibili soluzioni tecniche. La risposta gli giunse nella persona di John Bell Blish, un ufficiale di marina che nel 1915 aveva brevettato un otturatore per armi automatiche di concezione per allora rivoluzionaria.
Thompson trovò un finanziatore, e fondò nel 1916 la Auto-Ordnance Corporation, incaricando alcuni tecnici di procedere allo sviluppo della nuova arma.
Il perfezionamento dei prototipi proseguì sino al 1919, anche se l’anno precedente era stato presentato l’Annihilator I, capostipite della nuova famiglia di armi.
La fine della guerra di fatto precluse ogni possibile commessa militare, e la Auto-Ordnance cercò di sopravvivere proponendo il suo moschetto automatico sul mercato civile.
L’interesse non mancò, e nelle successive varianti l’arma fu acquistata da alcuni corpi di polizia, e più significativamente dall’US Post Office, che ne dotò anche i marines incaricati di scortare i propri trasporti di valori…
L’USMC impiegò poi queste armi in Nicaragua, nella cosiddetta guerra delle banane, ed in Cina.
La società proseguì la sua attività con piccole commesse sino al 1938, quando il Thompson fu adottato dall’US Army.

Lo scoppio della seconda guerra mondiale fece in modo che vi fosse una improvvisa richiesta di armi automatiche e arrivarono sostanziose commesse anche da parte britannica.

Nel frattempo, l’arma era stata radicalmente modificata, riducendone i costi della produzione, che si chiuse con la fine del conflitto.
Il Thompson continuò ad essere impiegato in tutte le “guerre del dopoguerra”, in maggiori o minori quantità. Negli Stati Uniti, fu dichiarato obsoleto nel 1976; le armi esistenti, salvo pochi esemplari destinati ai musei, furono conseguentemente distrutte.
Le versioni del Thompson sono state numerose:
Persuader and Annihilator, versioni sperimentali
Modello 1919, il primo ad essere proposto commercialmente, ed acquistato dalla polizia di New York
Modello 1921, prodotto in 15.000 esemplari dalla Colt su commessa della Auto Ordnance, e che segna la maturità dell’arma
Modello 1923, concepito come sostituto del BAR, dotato di bipede ed attacco per baionetta, non ebbe alcun riscontro di vendita
BSA, prodotto in Inghilterra, sempre con scarso successo
Modello 1927, in sola modalità semiautomatica
Modello 1928, che segnò la maturità dell’arma
Modello 1928 A1, entrato in produzione nel 1941, ed in cui furono introdotte le prime semplificazioni produttive
M1 e M1 A1, varianti belliche estremamente semplificate.
In epoca relativamente recente, la Auto Ordnance, ancora oggi attiva, ha ripreso per il mercato civile e collezionistico la produzione del moschetto, con numerose varianti del modello 1927.

M1928 in mano ad un soldato britannico nel 1940
Per descrivere la “real steel”, occorre pensare che, di armi del genere, all’epoca ne esistevano solo due: la MP-18 tedesca e la Beretta 18 italiana. Non c’era molto a cui ispirarsi, o da cui riprendere soluzioni. Quindi, il Thompson paga lo scotto del noviziato coraggioso in alcuni problemi congeniti ed in una impostazione oggi evidentemente arcaica.
Dico subito che era un’arma costruita con precisione e qualità, costosa per le numerose e complesse operazioni necessarie a ricavarne i componenti; in questo, pensata con gli occhi del secolo appena trascorso.
Si trattava di un moschetto automatico, capace di tiro semiautomatico ed automatico, alimentato da caricatori amovibili. Inizialmente, erano disponibili un caricatore prismatico da 20 colpi, ed uno a tamburo da 50 o 100 colpi (questo assai fotogenico e quindi avvolto dalla fama della carta stampata e dello schermo; ma anche sgradito al soldato, in quanto rumoroso, ingombrante, non sempre affidabile). Col modello 1928 A1 fu creato anche un caricatore prismatico da 30 colpi.
La sagoma mette subito in evidenza il dislivello accentuato fra l’asse della canna ed il calcio; un difetto che ne accentuava il rinculo e la dispersione delle raffiche.
Per tentare di ovviare a questo, sin dal modello 1921 cominciò ad essere utilizzato un compensatore Cutts a quattro intagli, applicato alla bocca della canna e già il moschetto era dotato di due impugnature in legno. Nonostante questo, la distanza utile d’impiego era stimata a 50 yarde, ossia 45 metri….
Tanto per fare un esempio, il MAB 38 A, in modalità semiautomatica, era stimato in grado di eseguire tiri mirati a quasi sei volte quella distanza.
Questo non impedì che sul Thompson fosse installato un alzo Lyman a cursore e ritto, mantenuto sino alla versione 1928 A1.
Altro elemento distintivo, le alette di raffreddamento fresate nella metà posteriore della canna.
Il funzionamento era del tutto particolare, per quel tipo di arma.
Arretrando il pomolo posto sopra il castello, l’otturatore arretrava, e s’armava il cane interno. L’otturatore tornava in chiusura, introducendo in camera la cartuccia calibro .45, e il moschetto era pronto al fuoco.
Al momento dello sparo, il ritardo dell’apertura provocato dall’otturatore Blish (funzionava sul principio dei piani inclinati e dell’attrito fra metalli diversi come l’ottone e l’acciaio) permetteva di mantenere la chiusura sino a che la pallottola non era uscita di canna, e la pressione interna si era ridotta. Un sistema sicuro, più simile a quello di una pistola, ma anche complicato; per garantirne il buon funzionamento, occorreva oliare periodicamente un feltrino che lubrificava l’otturatore….
La cadenza di tiro del modello 1921 era elevata, e stimata attorno ai 1000 colpi al minuto; col modello 1928 scese a 600 o 400 colpi al minuto, secondo il peso dell’otturatore.
L’ergonomia non era stata, evidentemente, una priorità progettuale.
Il caricatore era assicurato all’arma da una rotaia, in cui si inseriva con una manovra scomoda e lunga. Il suo fermo era azionato da una lunga leva, anche questa difficile da azionare.
Due leve, sul fianco sinistro del castello, comandavano la sicurezza ed il selettore di tiro, ruotando di 180 gradi…
Il calcio, infine, poteva essere rimosso, e l’arma impiegata solo impugnandola… con prevedibile dispersione delle raffiche.
I modelli bellici, a partire dal 1928 A1, videro una profonda semplificazione esterna ed interna.

M1928A1
L’M1 (e l’M1 A1 esternamente indistinguibile) avevano calcio fisso ed, al posto dell’impugnatura anteriore, un’astina in legno; usavano esclusivamente i caricatori prismatici; avevano mire semplificate, con quella posteriore a diottra fissa e protetta da alette; la leva d’armamento era spostata al fianco destro; soprattutto, il sistema di funzionamento era trasformato, adottando una chiusura a massa battente, con tiro ad otturatore aperto.

Queste sono le principali caratteristiche:
Peso:
10.8 lb (4.9 kg) empty (M1928A1)
10.6 lb (4.8 kg) empty (M1A1)
Lunghezza:
33.5 in (851 mm) (M1918A1)
32 in (813 mm) (M1/A1)
Il Thompson, anche se non più prodotto negli Stati Uniti, continuò ad essere presente praticamente in ogni conflitto combattuto nella seconda metà del XX secolo; fu anche riprodotto artigianalmente nelle officine del Vietnam del Nord.
Lo hanno utilizzato le forze armate di Australia, Canada, Croazia, Grecia, Francia, Indonesia, Irlanda, Israele, Iugoslavia Serbia, Vietnam del Sud e del Nord, Svezia, Cina Popolare, Taiwan, Turchia, Gran Bretagna, e Stati Uniti.
In Italia, il Thompson è stato distribuito ai soldati del Regio Esercito e della Regia Marina combattenti a fianco degli alleati nel 1944 / 45; nel dopoguerra risulta essere stato impiegato da alcuni reparti di polizia, e presto dismesso a favore del MAB.
Difficile dire se la sua fama derivi dal suo reale valore sul campo di battaglia, o dall’ampia presenza sui media e nella finzione scenica. Certamente il “Chicago typewriter” è un modello d’arma ricercato, ed esteticamente appagante, ed anche la replica, che adesso descriverò, ne è una prova.
![]() |
![]() |
M1A1 con caricatore da 20 cartucce e CYMA M1A1 con caricatore da 30 cartucce


Il Thompson Cyber Gun si presenta molto bene, solido e ben realizzato.
Il soggetto replicato è il Thompson M1, di cui sono bene riprodotti tutti gli elementi essenziali.
La replica è interamente metallica, ad eccezione delle parti in legno, qui riprodotte in plastica.
Ma partiamo dalle dimensioni; il peso a vuoto è di 2.778 grammi, che salgono a 2.837 con la batteria, ed a 2.994 col caricatore.
La lunghezza è di 61 centimetri, e l’altezza di 24.
Dicevo delle parti in legno: calcio, impugnatura ed astina, realizzate in plastica. Il materiale simula abbastanza bene il colore e le venature del legno naturale, ma ha una translucenza innaturale, e, soprattutto, ogni componente è formata da due semigusci incollati. Purtroppo, si vedono le linee di giunzione, ed anche i punti in cui le parti sono state staccate dagli alberi di fusione.
Lo spessore della plastica non è abbondante, anche se sono state ricavate delle nervature di irrigidimento.
La prova degli scossoni, comunque, non ha evidenziato scricchiolii o allentamenti.

La parti in metallo sono, salvo la lamiera impiegata per avvolgere il caricatore, fuse in una lega che stimo a base di zinco, e poi verniciate in nero opaco. La verniciatura è abbastanza resistente, e si pone una spanna sopra la maggior parte di quelle applicate sulle repliche che ho potuto esaminare.
La fusione è buona, con dettagli nitidi in positivo ed in negativo; rilevo però che diverse componenti (come la molla complessa posta sul fianco destro del castello) sono semplicemente modellate in rilievo.


La replica ha, a mio avviso, un punto debole, insito nella forma dell’originale riprodotto, ed è il tratto del castello in cui si inserisce il caricatore, indebolito inferiormente dal vano apposito e superiormente dal vano di espulsione. Uno sforzo od una caduta possono con molta probabilità deformare questa parte, compromettendo il corretto allineamento fra canna e gear box.

Un altro punto debole è il supporto metallico per l’astina anteriore, che però la Cyma ha rinforzato rispetto alla riproduzione ispiratrice.
I comandi dell’arma sono, a partire dall’avanti:
la leva di sgancio del caricatore
il grilletto
la leva del selettore di tiro
la leva della sicurezza
il pulsante di scomposizione, posto inferiormente sulla sporgenza del castello
il pomello d’armamento del caricatore.
La leva di sgancio del caricatore è estremamente scomoda da usare, ma funziona decisamente bene; l’inserimento a rotaia del caricatore stesso, se rende l’operazione decisamente lunga e non facilissima, lo assicura saldamente alla replica. Mi sento di consigliarne l’uso come punto di presa per la mano debole, senza sollecitare, per i motivi che ho descritto, canna ed astina anteriore.
Il grilletto è a forma lunata, e, trattandosi di una replica elettrica, non ha particolari problemi di resistenza o scatto.
Le due leve del selettore e della sicurezza svolgono le rispettive funzioni ruotando di 180 gradi; una manovra non facile e neppure rapida da eseguire, e che impone di cambiare l’impugnatura per raggiungerle col pollice.
Il selettore in avanti consente la raffica e, ruotato, il tiro singolo.
La sicurezza entra in funzione se ruotata all’indietro, e blocca lo scatto del grilletto.
Entrambi i comandi confermano di aver raggiunto la posizione corretta con dei "clic" ben percepibili.

Il pulsante di smontaggio sarà meglio descritto da DeB nella sua recensione operativa; qui basta dire che è uguale per collocazione e forma a quello originale.
L’otturatore è simulato da una piastra in lamiera, con il pomolo di comando sul lato destro. La lastra può essere fatta arretrare, e poi, grazie ad una molla, torna nella posizione originale.
L’effetto è grazioso, ma di nessuna utilità pratica.
Il vano del foro di espulsione permette di accedere alla regolazione dell’hop up. Anche se vi è poca tolleranza, può a mio avviso fare entrare sporco e terra nei meccanismi interni.
La mira anteriore è fissa e stampata assieme all’outer barrel; quella posteriore invece è, a differenza dell’originale, regolabile in alzo e deriva.


Devo dire che le mire, del tipo a cresta anteriore ed a diottra posteriore, sono molto ben visibili, data anche l’età dell’originale.
Le magliette della cinghia sono metalliche, e mi sembrano abbastanza robuste.
Il calciolo è in metallo, e copre l’alloggiamento della batteria.

Per accedervi, occorre aprire prima lo sportellino circolare (nella realtà, serviva a riporre gli utensili in dotazione) e quindi tirare l’intero calciolo, che, sollevandosi di alcuni millimetri, può essere fatto ruotare, rivelando l’interno cavo del calcio.

Il caricatore, infine, è realizzato in ABS e rivestito di lamiera verniciata.
Il rifornimento avviene tramite un apposito vano, chiuso da un sportellino e posto superiormente; una volta unito il caricatore alla replica, non vi è possibilità di involontarie aperture.

Il meccanismo è del tipo meccanico a tramoggia alimentata da una molla. Il ruotino di carica è posto inferiormente, e richiede 75 rotazioni per caricarsi.
Questo modello è, a mio avviso, molto bello sia per ricostruzioni che per collezionismo; e se dotato di una cinghia adatta, può essere esibito con orgoglio da qualsiasi collezionista.


![]() |
![]() |
![]() |
![]() |
![]() |
![]() |
![]() |
![]() |
![]() |
![]() |
![]() |
![]() |
![]() |
![]() |


AirSoftCommunity is a registered name and brand, property of D'angelo s.a.s. - P.I. 01653040228
Pictures and texts can be used only showing the source.






